lunedì 18 novembre 2013

Sempre in quel posto.

Al Ginnasio con il gruppo di amiche si sognava di fare insieme la nostra strada per tutto il tempo che ci sarebbe restato. Eravamo poco realiste, probabilmente. Non sapevamo che basta poco, basta un attimo a mutare degli equilibri che sembrano imperituri.
E dico questo senza nessun rimpianto, senza nessun malinconico sguardo.
Nel sognarci in ogni istante ad incrociare i nostri passi e a raccontarci ogni battito del nostro cuore, pensavamo che ciò che ci univa era la voglia di tuffarci nelle cose, senza lasciare che tutto passasse indifferente sulla nostra pelle, ma lasciando che ogni cosa lasciasse un segno.
Avevamo l'idea di raccogliere pensieri e racconti del nostro stare insieme in un libricino che doveva chiamarsi Sempre in quel posto e quel posto è il cuore. L'idea ispiratrice era stata una serie di discussioni con il resto della classe che a me aveva dato l'idea di avere il triste destino di finire poi dalla parte del torto, comunque andassero le cose. Vittimismo da quindicenne? Può darsi. Però insieme a questo senso di scatafascio totale c'era la consapevolezza di aver messo tutto l'impegno possibile perché il nostro punto di vista fosse chiaramente espresso e non malamente interpretato. Noi volevamo vivere la scuola a 360°. Per noi la scuola era luogo di incontro e banco di prova per il mondo di fuori, che prima o poi avremmo incontrato davvero o che già iniziavamo a conoscere perché le nostre storie ce lo avevano imposto.
Così ho iniziato a non buttare via ciò che scrivevo.
E ho ancora la cartella tra le mie cartelle con questo titolo: Sempre in quel posto.
Ho pensato di proporvi quelle pagine antiche, perché i pensieri dei sedici e dei diciassette anni avevano la forza di venire a galla anche nottetempo, perché in alcuni mi ci vedo ancora, perché il sentire di allora si è affinato e perché quello che sono è anche il frutto di ciò che ero.
A voi!

«Sempre in quel posto è uno stile di vita.
È una scelta importante, singola e di gruppo.
Quel posto speciale riservato alla gioia che poi muta improvvisamente, drasticamente in delusione, per poi, lentamente, evolversi in un piacevole o malinconico ricordo.
Quel posto speciale è il cuore.
Quel posto è l’unisono di tanti cuori. Di cuori che senza saperlo hanno scoperto un’unione senza altre definizioni: l’amicizia. Le sensazioni, le emozioni di ogni singolo istante trascorso insieme si esprimono da sé, non si raccontano. Le parole non descrivono appieno quegli istanti di ilarità, di simpatia, di allegria, di spensieratezza, o tutto il contrario, ma accomunati da una libertà di fondo. Guardarsi negli occhi e capire.
La parte banale e la più stupefacente della vita si sovrappongono incantevolmente e ti fanno venire voglia di…[1]
La voglia di pensare è automatica…Non è voglia. È il pensiero che si impadronisce di te e ti porta dove non vorresti, dove proprio non ti aspetti, dove vai sempre, maledizione!
Ti trascina sempre in quel posto…Alla faccia di chi dice che ragione e cuore sono due pianeti distanti anni luce!
Avventure e disavventure che non ti vogliono lasciare.
Gli istanti e le eternità che vivi, che ti porti inevitabilmente dentro, il loro sapore amaro, le bollicine, lo zucchero che ti rimane ovunque, o che con un cucchiaino rubi dalla zuccheriera, mentre tutti gli altri sono distratti, non ti abbandonano mai, e continuano a girare nel tuo sangue e nella tua mente. E speri di non lasciarle andare mai, perché ti fanno pensare che questo è solo l’inizio di un viaggio fantastico.
Dodici mani, sei cuori. Sei nomi, mille soprannomi. Ventotto per sei denti (i denti del giudizio non li ha ancora nessuna J).
Fondamentali, sicuramente, sei voci che valgono per mille. Sono voci che hanno voglia di farsi sentire. Sei voci che fanno risuonare i loro silenzi.
Sei piccoli cuori che battono insieme, sperando di costruire un caldo luogo di ristoro per i pellegrini, gli esploratori. Passate, lasciatevi andare, portateci con voi nei vostri mondi incantati.
Salutiamoci.

Spudoratamente, spregiudicatamente in quel posto.
E quel posto è il cuore.


[1] A tua discrezione»

martedì 20 agosto 2013

Un blog.
Ricordo il tempo che dedicavo al mio blog quando il tempo tra le versioni era così dilatato che MSN era fedele compagno di serate trascorse a tenersi in contatto. Senza nulla di patologico.
Nessuna sociopatia. Si trattava di decidere di pubblicare qualcosa tra le tante che affollavano, allora più di ora, le mie cartelle. Allora meno di ora amavo scrivere sulle pagine di un taccuino. Amavo far scorrere le mie dita tra i tasti a memoria e digitare in digitale quello che mi passava per la testa.
E perché mai non farlo ancora?
Scegliere tra i pensieri quelli che valgono una condivisione che non appare freneticamente su una bacheca piena di collegamenti, foto istantaneamente pubblicate, frasi magari meditate in un battito di ciglia. L'effetto che cerchiamo, il "mi piace" che ci conferma al nostro posto, in cima alla lista dei nominati del giorno.
Mi riprendo i lenti tempi di parole meditate, messe in fila, corrette e senza la ricerca del gradimento.
Lo sfondo, i colori, le immagini, i fonts scelti accuratamente.
Da adesso in poi ...

Buonanotte.

Con calma.

"Ma le più lunghe passeggiate
le più bianche nevicate
le parole che ti scrivo
non so dove le ho trovate

di sicuro le ho cercate

senza nessuna fretta

perché l'argento sai si beve

ma l'oro si aspetta"

N.FABI, Il negozio di antiquariato

sabato 26 maggio 2012

STATE BUONI, SE POTETE ...

Il decalogo:
1. Beati voi, giovani, perché avete tanto tempo per fare il bene.
2. Non è tempo di dormire, perché il paradiso non è fatto per i poltroni.
3. Tutto, ma non peccati. Figliuoli, state allegri: non voglio scrupoli, né malinconie, mi basta che non facciate peccati.
4. Il Signore è buono, perché non dovrebbe essere contento di vedere i suoi figli ridere?
5. Un santo triste è un triste santo!
6. Non bisogna voler diventare santi in quattro giorni, perché la perfezione si acquista con gran fatica e a poco a poco.
7. Non vogliate fare i maestri di spirito e convertite gli altri, ma pensate a regolare voi stessi.
8. Disprezza il mondo, non disprezzare nessuno, disprezza te stesso, disprezza di essere disprezzato.
9. Guardatevi dall'ozio.
10. Frena le tue voglie, corri a Dio che sempre accoglie; Egli mai non mancherà. Tutto il resto è vanità.

«E' possibile restaurare le umane istituzioni con la santità, non restaurare la santità con le istituzioni ... Signore, ricordati di me in questo giorno, perché se tu non hai cura di me io ti tradirò e commetterò ogni qualunque enormità»

In preghiera:
A DIO COMUNITA' PERFETTA
Mio Signore e mio Dio,
sono infinitamente contento
che tu sia quello che sei.
Mi rallegro con grandissima gioia
per la tua infinita bontà, bellezza,
maestà, grandezza, potenza, sapienza,
giustizia, misericordia
e per tutte le tue qualità perfette.
Io lodo Te, eterno Padre
e mi rallegro molto nel Tuo bel Figlio
che tu generi incessantemente da tutta l'eternità,
contemplando te stesso.
Io ti dico il mio gioioso grazie,
o nobile figlio di Dio, perché Tu sei
l'immagine vivente del Padre Tuo,
ugualmente grande e perfetto,
come egli stesso è;
da Te e da Lui procede
questo santo Amore,
questo legame che santamente vi lega,
lo Spirito Santo.
Dal profondo del cuore
amo Te, maestosa Trinità,
Te Padre l'amante, Te Figlio l'amato,
Te Spirito Santo, Amore benedetto.

S. Filippo Neri

... TUTTO IL RESTO E' VANITA'!

mercoledì 15 febbraio 2012

Una delle tante voci contro Celentano

Per qualche momento qualche parte di me ha sorriso ascoltando le parole di Celentano: niente di diverso dai soliti attacchi alle curie, nulla di originale, nulla di particolarmente intellettuale, nulla di particolarmente razionale, profondo; nulla che avesse alcun effetto sulla mia vita di fede o sul mio rapporto con la Chiesa e con la chiesa, con le chiese.
Ho sorriso con quell'atteggiamento che generalmente mi infastidisce: io alle mie certezze sono legate da libere e quotidiane scelte, da un cammino che con le polemiche non ha nulla a che fare e che non è fatta di principi buoni per riempirsi la bocca (e qualche volta le tasche) e per risparmiarsi la fatica di guardarsi allo specchio per sentirsi bene, perché l'approvazione degli altri è lo specchio che più ci gratifica. Sono legata al mio percorso dalla consapevolezza che è un passo che non facciamo compiendo noi il primo passo. Si tratta di un abbraccio d'amore aperto a tutti, di un ristoro accogliente che ognuno sceglie di accogliere, senza che altri gli dicano quando, come e perché. Significa innamorarsi.
"Non è innamorato", mi sono detta, insomma. Con lo stesso atteggiamento con cui un innamorato può guardare chi cinicamente disprezza l'amore, finché non lo sperimenta (per la prima volta o nuovamente).

Ma poi ho continuato ad ascoltare quanto ha detto e mi sono sentita offesa. So bene che - come dire? - Celentano non ha molto da farsene del mio sentimento, ma ho trovato le sue osservazioni banali e superficiali, "ad effetto", ma senza alcun effetto.
Vivo la mia vita da cattolica a fianco a fianco con sacerdoti che mi parlano di Dio, del Paradiso, dell'inferno, della terra e della vita. Trovo offensivo pensare di rivolgersi alla Chiesa, per quante contraddizioni possano annidarsi nell'istituzione o nelle persone che la rappresentano, come se la Chiesa non fosse una Comunità. La Chiesa non è un palazzo o quattro persone che impongono chissà quali ideologie. Ma vivo la mia vita da cattolica consapevole del fatto che la Chiesa è costituita dalla Comunità dei battezzati, da coloro i quali dicono il loro sì lottando quotidianamente con le proprie contraddizioni e cercando di farlo anche con quelle del mondo, con questa "C***o di vita", che non appare meno difficile e meno triste, neppure a chi cerca di viverla ogni giorno nell'amore fraterno che Gesù ha insegnato.
I "preti" cui si riferiva il cantautore contemplavano i "porporati", probabilmente - i "vertici". Ma quando si rivolge ai "preti" e ai "frati" con problemi agli impianti di amplificazione, non sufficientemente attenti a chi popola le ultime file nelle chiese, utilizza appellativi che evidentemente non si rivolgono solo ai vertici, ma vogliono facilmente fare di tutta l'erba un fascio.

I preti non sono solo le curie che taluni possono avere ragione di attaccare (sebbene i confronti possono semplicemente essere cercati per via diretta con un dialogo ad armi pari - che non è possibile con i mezzi di comunicazione di massa), ma "i preti ed i frati" che non parlano abbastanza del Paradiso alle persone, al popolo dei fedeli, sono anche quelli che ogni giorno sono a contatto con la vita e con la Vita; sono quelli al fianco dei fedeli, sono quelli che con i fedeli cercano di vivere il messaggio evangelico dell'amore per il prossimo e per Dio.

Populista lo hanno definito con una parola che a me non veniva in mente alcune persone a me molto vicine.
Ipocrita, offensivo, banale, facile, gratuito. Senza motivazioni razionalmente fornite; facile colpire la massa con la subcultura dell'italiano medio.

Grazie, Celentano, per averci motivato a pensare con la nostra testa.

mercoledì 8 febbraio 2012

Un Paese con specchi e con allodole

Il bel Paese.
Il bel Paese del sole, del mare, dei poeti; crocevia di popoli e di culture; luogo di incontro e di amari scontri; il bel Paese diviso e il bel Paese riunito; il bel Paese dei dibattiti intellettuali; il bel Paese erede della cultura Mediterranea, il bel Paese culla della cultura del Mediterraneo; il bel Paese dei nobel per la medicina, per la letteratura ...
Il nostro Paese.
Il Paese con tanti specchi e con tante allodole.
Il Paese senza memoria. Il Paese che non ricorda la sua storia, che non sa distinguere tra l'autonomia e l'indifferenza, l'apatia.
To be continued, quando mi torna in mente il resto che avevo pensato.

venerdì 7 ottobre 2011

Un circolo virtuoso


«Io sono tanto fragile da pensare sempre all'amore, nelle sue varie specificazioni, e sento la voglia di essere amato per poter amare: un circolo virtuoso per cui la voglia di amare coincide soltanto con l'essere amato: due fragilità si uniscono e si fanno forza dentro il segreto, nel mistero dell'amore. Assieme all'amore esistono l'amicizia, la simpatia. La solidarietà: volti certo minori che, però, ne contengono l'essenza, il bisogno dell'altro. La mia fragilità significa che ho bisogno dell'altro: di lei che si faccia parte di me senza confini e distinzioni, di chi mi possa aiutare con la voglia di mostrarsi amico poiché sa che io sento la voglia di esserlo per lui».
VITTORINO ANDREOLI, L'uomo di vetro